Il primo stadio di Empoli lungo le mura dell’antico castello

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il gioco del pallone – 2° parte

P. Maestrelli, Pianta geometrica del gioco del pallone, ASCE, Preunitario, Comunità, 290, c. 284, 1851.

Il gioco del pallone e – si badi bene – non il gioco del calcio, come abbiamo avuto modo di precisare in un precedente post, ebbe larga diffusione in tutto il Granducato di Toscana. E sembra che godesse di grande popolarità anche nella neonata comunità di Empoli dove alla fine del Settecento il gioco sembrava creare diversi problemi alle piante degli orti ricavati nel pomerio delle mura orientali, spesso danneggiate dalle frotte di ragazzi che vi entravano per recuperare le palle. Insomma giocare a pallone non era affatto semplice e nel corso degli anni si fa pressante da parte della popolazione empolese la richiesta alle autorità comunitative di uno spazio dove poter svolgere questa attività in tutta tranquillità, senza danni e molestie per alcuno.

Un primo sito destinato al gioco del pallone fu ricavato in un terreno presso Porta Fiorentina, preso in affitto dai Salvagnoli per destinarlo a questa pratica. La successiva «apertura delle mura castellane nella dirittura di via S. Carlo», cioè il prolungamento dell’attuale via del Giglio sul Campaccio (odierna piazza della Vittoria), negli anni 1839-40, di fatto portò alla demolizione dell’area di gioco. Negli anni successivi si susseguono richieste e raccolte di firme per la costruzione di «questa pubblica palestra» per lo «sviluppamento delle facoltà fisiche dei giovani» ma utile anche al «piccolo commercio […] gravato anch’esso dalle comuni miserie».

A fronte delle numerose istanze finalmente con l’adunanza del 28 giugno 1851 l’amministrazione comunale incarica l’ingegnere di circondario di approntare una perizia per individuare il luogo adatto alla costruzione e la spesa occorrente. Interessanti sono anche le motivazioni addotte a sostegno del progetto, ormai inserito all’interno di una gestione professionistica del gioco: si sottolineano, infatti, l’«utilità dei giochi ginnastici, i quali sono elemento della educazione fisica dei giovani», come pure «l’utilità morale e politica, essendo un onesto mezzo di sollazzo per il popolo, ed evitando così che nelle ore di riposo la gioventù si abbandoni ad illeciti divertimenti» ma anche l’«utilità economica, richiamando affluenza di persone nella nostra terra, e facendo prosperare il piccolo commercio di bibite, e commestibili». Per una città come Empoli, felicemente avviata allo sviluppo industriale ed urbanistico, la costruzione di uno spazio atto ad ospitare un’attività ludico-sportiva di grande richiamo come il gioco del pallone appariva, dunque, un’occasione quanto mai importante per ribadire la propria centralità nel contesto locale e sottolineare la volontà di dotarsi di moderne strutture e servizi che – al pari della presenza della stazione ferroviaria – la configurassero come una realtà moderna.

Il progetto proposto nel 1851 dall’ingegnere Maestrelli prevedeva la costruzione di una struttura che doveva includere, conforme alle regole del gioco, un muro per il rimbalzo della palla costruito a ridosso della parete del bastione angolare delle mura orientali di epoca cosimiana (1554-55), inglobato nelle pertinenze dell’Ospedale San Giuseppe, «una gradinata di legno […] dalla parte della battuta. E sul lato opposto al muro di appoggio; e dalla ribattuta […] un palco a due ripiani, che potrà contenere buon numero di sedie, ed esser difeso dai palloni per mezzo di una rete di funicella», costruiti riutilizzando materiali di recupero della demolizione di due abitazioni presenti sui terreni vicini. L’impianto doveva apparire del tutto simile ad un vero e proprio sferisterio, quali se ne vedevano ormai da tempo nelle principali città come, ad esempio, Firenze e Bologna.

Il timore che i costi elevati del progetto potessero però impedirne la realizzazione sollecitò alcuni notabili empolesi ad offrire il loro aiuto: alcuni, tra cui Emilio Del Vivo e Giuseppe Dainelli, si impegnarono ad offrire «assistenza gratuita per tutta la durata del lavoro», mentre un gruppo di «navicellai domiciliati in questa terra», e cioè Luigi Busoni, Luigi Salvadori, Giovanbattista Del Vivo e altri, si impegnarono a offrire gratuitamente il «trasporto di numero dieci barchettate di pietra». Segno evidente dell’interesse dimostrato per il progetto e probabilmente ancor più per le sperate positive ricadute economiche.

Gran parte della documentazione consultata per la redazione di questo articolo si trova presso l’Archivio Storico Comunale di Empoli, Preunitario, Comunità, 290.

Elisa Boldrini ©riproduzione riservata

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