Quando a Empoli si giocava a pallone … ma non a calcio

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il gioco del pallone – 1° puntata

Il pallone, in Giochi, trattenimenti e feste annue che si costumano in Toscana e specialmente in Firenze, disegnati da Giuseppe Piattoli, Firenze 1790

Non c’è dubbio che uno degli sport più seguiti e praticati, e non solo a Empoli, sia il calcio, che ha raggiunto da tempo l’ambito ruolo di sport nazionale, ma non sempre il gioco del pallone ha coinciso con la pratica del football.

I giochi di palla erano estremamente diffusi nei secoli passati, praticati sia da bambini e ragazzi nelle campagne o nelle vie cittadine, creando tra l’altro non pochi problemi al ‘quieto vivere’, che da adulti. Un grande successo era riscosso dal cosiddetto gioco del pallon grosso o pallone col bracciale, gioco di antica origine che nel corso del XIX secolo ebbe un larghissimo seguito in molte regioni italiane, tra cui la Toscana, tanto da precedere il calcio all’inglese nel connotare la pratica sportiva a livello nazionale.

Vedremo nei prossimi post come l’attività a livello ormai quasi professionistico di questo gioco, nato prima come semplice svago, passatempo, poi organizzato in una vera e propria disciplina sportiva, abbia impegnato a lungo l’amministrazione comunale empolese nella ricerca di una località idonea alla costruzione di quello che oggi chiameremo un vero e proprio impianto sportivo, richiesto a gran voce dalla popolazione e dalla classe imprenditoriale locale.

Antonio Scaino, Trattato del gioco della palla, Venezia appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1555, pp. 156-157

Intanto però qualche breve cenno al gioco del gioco del pallone.

Si tratta, dicevo, di un gioco di antichissima origine, nato dall’abitudine di fasciarsi la mano con l’intenzione di proteggerla nel colpire la palla e rilanciarla all’avversario. Questa fascia nel tempo è stata sostituita da una manopola di legno rinforzata da punte sporgenti, il bracciale appunto.

Il gioco ha regole piuttosto complesse che hanno subito nel corso dei secoli notevoli cambiamenti, soprattutto in funzione della spettacolarizzazione delle partite professionistiche: esso si svolge, oggi come un tempo, tra squadre composte di 3 giocatori e «consiste nel rimandare al volo, o dopo il primo balzo, il pallone in campo avversario, usando il bracciale anziché la racchetta». Lo spazio di gioco è molto ampio ampio, un «rettangolo da gioco misura in lunghezza dagli 80 ai 100 metri, in larghezza dai 15 ai 20 metri […] fornito di un muro d’appoggio laterale alto una ventina di metri..», e quindi di non facile reperimento nello spazio cittadino.

Il gioco ebbe larga diffusione nelle corti rinascimentali, soprattutto della padania, dove divenne «nobile esercizio e convenientissimo all’uomo di corte» con l’approvazione anche del Castiglione. La prima edizione di un Trattato del giuoco della palla, con tanto di regole e definizione delle attrezzature, fu pubblicata dall’umanista Antonio Scaino nel 1555 ad uso appunto delle corti. Nel testo si sottolineava oltretutto la sua utilità non solo per il fisico ma anche per un corretto sviluppo del carattere dei giovani.

Progressivamente il gioco esce fuori dalle corti e dai palazzi signorili e trova grande diffusione in ogni ceto sociale. Le partite sporadiche e improvvisate lasciano il posto ad una gestione sempre più professionistica, soprattutto a partire dalla metà del ‘700. A Firenze, ad esempio, impresari e pallonai inoltravano richieste all’amministrazione lorenese per la concessione di spazi e licenze di gioco, per l’organizzazione di partite con giocatori, spesso anche forestieri, in occasione di fiere e feste cittadine.

Negli altri giorni è facile immaginare che gruppi di giovani e adulti improvvisassero partite di pallone negli spazi urbani, utilizzando slarghi o strette vie dove era possibile sfruttare i muri perimetrali per il rimbalzo della palla, come rievocato da Giuseppe Conti nella sua Firenze vecchia a proposito dei «ragazzacci della strada, che giuocaron dappertutto con grande molestia dei cittadini» a differenza però dei «ragazzi delle famiglie nobili e del ceto medio, nell’ore in cui i babbi e le mamme facevano il sonnellino del dopo desinare, andavano a giuocare nelle strade meno frequentate, o lungo le mura, senza dar noia a nessuno».

A Empoli cosa succedeva? Per scoprirlo vi invito a seguire i prossimi post.

Per ulteriori approfondimenti rimando al testo pubblicato nell’ultimo numero della rivista «Quaderni d’Archivio», a cura della scrivente e alla consultazione dei seguenti link
Gioco del pallone col bracciale
G. COLASANTE, Antichi giochi italiani, in «Enciclopedia dello Sport» (2004)

Elisa Boldrini ©riproduzione riservata

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