L’alluvione del 1844 nel territorio empolese (In margine alle iniziative sui 50 anni dell’alluvione del 1966)

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ASCE, Preunitario, Comunità

I momenti drammatici dell’alluvione del 3 dicembre 1844, una delle più disastrose nella storia del nostro territorio, nelle parole dell’allora ingegnere di circondario (una sorta di ufficio tecnico dell’epoca) Giovanni Veneziani, sono già stati pubblicati da Paolo Santini nel volume: Spicchio un borgo sull’Arno (Fucecchio, Edizioni dell’Erba, 2007), insieme ad una generale descrizione dei luoghi di tracimazione e rottura degli argini.
Qui vogliamo segnalare l’esistenza nell’archivio storico comunale (Preunitario, Comunità) di un “prospetto” a stampa, conservato in più copie, che elenca nominalmente tutte le persone che rimasero danneggiate, la natura precisa e l’entità dei danni, nonché un elenco dei soccorsi ricevuti e dei modi scelti caso per caso per rifondere i danni.

Il “Prospetto” è opera della Commissione di beneficenza a favore dei poveri danneggiati dalla straordinaria inondazione del 3 novembre 1844, istituita con il compito di raccogliere oblazioni da parte di privati e altri enti. Era composta dal Gonfaloniere in carica marchese Cosimo Ridolfi (Presidente), dal proposto Giuseppe Bonistalli (Vicepresidente), dai deputati Antonio Vannucci, Amadeo Del Vivo, Pasquale Novelli, Francesco Manetti e dal Cappellano Giuseppe Michi (segretario).
La commissione lavorò alacremente e, dati i mezzi tecnici dell’epoca, conseguì risultati straordinari:
alla fine di gennaio 1845 i danni erano già stati stimati ed indennizzati ed era già pronto e stampato il “Prospetto” di cui si è detto.
I danneggiati erano stati divisi per parrocchia. Le parrocchie dove si erano registrati i danni erano le seguenti: Marcignana, Pagnana, Avane, Tinaja, San Michele a Pontorme, San Martino a Pontorme, Santa Maria a Ripa e Cortenuova. Sotto ogni parrocchia è riportato l’elenco alfabetico delle persone danneggiate, la loro professione, e gli oggetti perduti con il loro valore e infine le modalità con cui sono stati riparati o rifusi i danni.

Per fare qualche esempio:
Giuseppe Amidei di Marcignana, bardotto, aveva perduto “8 sacchi usati” del valore di L. 8 e aveva ricevuto 4 sacchi nuovi dello stesso valore
Teresa Corti di Avane, bracciante, aveva perduto paglia da fiaschi per L. 7,10 e aveva ricevuto paglia nuova per lo stesso valore
Francesco Pagliai di San Martino, ortolano, aveva avuto l’orto devastato dall’acqua con un danno di L. 300 e aveva ricevuto 15 sacca di grano per un valore di L. 150
Gesualdo Fiorini di Pontorme, oprante, aveva perduto “sugo” (concio) per L. 6 e aveva avuto pagata la pigione per L. 6

Un’altra sezione del prospetto riporta i danni ai mobili e ad attrezzi di lavoro; per esempio:

Pietro Cioni di Cortenuova, pigionale, ebbe restaurato il telaio per L. 4
Lodovico Notarelli di Avane, fabbro, ebbe restaurtato il mantice per L. 36
Enrichetta Laschetti di Pontorme, tessitora, ebbe restaurato il telaio per L. 11
Ranieri Dolfi, di Tinaia, oprante, ebbe restaurata la madia per L. 4.

Interessante anche l’elenco dei  mestieri esercitati dai danneggiati, molti dei quali legati all’agricoltura:
accattone
barbiere
bardotto[1]
barrocciaio
bottegaio
bracciante
campaiolo[2]
ciabattino
colono
conciaio (cenciaio?)
contadina
fabbro
falegname
filatora
fittaiolo[3]
fornaio
muratore
oprante[4]
ortolano
piattaio
piccolo possidente
pigionale
tessitora o tessitrice
vedova

L’ultima parte del prospetto infine riporta i nominativi di coloro che hanno dato il proprio contributo, con l’importo versato e il bilancio dell’intera operazione di beneficenza.
Le offerte raccolte ammontano a L. 3202.14, di queste 2945 sono servite a pagare i risarcimenti dei danni e 257 sono state inviate alla Commissione di beneficenza di Firenze per analoghe finalità.
Le spese di stampa, L. 106, sono offerte dal Gonfaloniere.

Oltre che da privati cittadini, in gran parte appartenenti alle famiglie empolesi più abbienti e da “professionisti” le oblazioni provengono dalle istituzioni: Capitolo, Misericordia, Conservatorio  Regio, Monastero della Croce, impiegati del Monte Pio, Banda militare, Commissioni di beneficenza di altre località (Livorno, Asciano, Colle). Una cifra ingente viene da Napoli “consegnata per mano di S.A. I. e R. la Granduchessa di Toscana”.

[1] Il bardotto è in realtà un animale da soma, ottenuto dall’incrocio di un’asina con un cavallo, ma in Toscana significava chi lavorava come apprendista presso un artigiano. Può anche significare l’addetto a trainare le imbarcazioni contro corrente lungo i fiumi.

[2] Chi coltiva campi in affitto o a mezzadria, senza casa colonica.

[3] Contadino che ha in affitto un podere.

[4] Lavoratore agricolo pagato a giornata.

                                                                                                           Vanna Arrighi, Stefania Terreni©riproduzione riservata

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