L’alluvione del 1966: racconto di Annunziata “Fedora” Mancini di Brusciana per ricordare il padre Palmiro travolto dalla piena dell’Elsa

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Gli edifici di Ponte a Elsa dopo che l’acqua si è ritirata (ASCE, Archivio Fotografico)

La mostra Empoli, i giorni dell’alluvione. Cinquant’anni dal 1966, allestita a Avane nello spazio della Vela Margherita Hack fino al 13 novembre, dopo la permanenza nei due plessi della scuola media Busoni Vanghetti, sarà visitabile a partire dalla prossima settimana in alcuni Circoli Arci dell’Empolese Valdelsa: un’opportunità per ampliarne la fruizione anche nelle frazioni periferiche.

Il primo circolo che ospiterà la mostra sarà quello di Ponte a Elsa.

Nell’ondata di piena dell’Elsa del 4 novembre  1966 perse la vita Palmiro Mancini di Brusciana. La figlia Annunziata “Fedora”, oggi novantatreenne, ha condiviso il ricordo di quella tragedia scrivendo il suo racconto-testimonianza, pubblicato nel volume curato dall’Associazione per l’Arno L’Arno raccontato: tra cronaca e immaginario, 1966-2006 (Tagete, 2006).

“La Valdelsa

Era il 4 novembre 1966, un venerdì sera alle ore 18.30 circa, dopo tanti giorni di pioggia. La furia delle acque ruppe gli argini e in poco tempo tutto fu invaso. I campi furono dissestati, le piante sbarbate, ed anche la ferrovia Empoli-Siena fu trascinata dalla grande corrente. Mio padre, Palmiro Mancini, un mediatore di vino molto conosciuto che abitava a Brusciana, aveva appena accompagnato alcuni camionisti di La Spezia in albergo perché le condizioni del tempo non permettevano il loro rientro a casa. Mentre tornava alla sua abitazione decise di passare lungo i binari, sentendosi più al sicuro.

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Danni alla scarpata della ferrovia (ASCE, Archivio Fotografico)

Ed invece fu proprio lì che l’acqua lo travolse.

Noi familiari speravamo che tornasse a casa da un momento all’altro; purtroppo, con grandissimo dolore, lo ritrovammo la domenica mattina a qualche ventina di metri dalla ferrovia dove le verghe si erano capovolte per la forza dell’acqua. Poco distante c’era anche il suo ombrello incastrato fra i binari. Il suo corpo era coperto di melma, disteso sotto un pioppo inclinato da quella furia. Forse aveva cercato di salvarsi legandosi con la cintura al tronco, lasciando i segni sulla corteccia dove si era aggrappato con i piedi e le mani. Gli abitanti delle case vicine raccontarono di aver sentito gridare aiuto per tutta la notte, ma nessuno aveva potuto soccorrerlo.
Quando fu ritrovato dai figli, dai parenti e dagli amici, fu preso e riportato a casa con un carretto.
La forte corrente dell’acqua nella strada della Chiesa aveva scavato delle buche profonde che impedivano il passaggio; così per nostro padre non si poté svolgere il rito funebre con la benedizione della Chiesa, ma nella propria casa in Via della Chiesa, 17. Al funerale parteciparono tantissime persone: il Sindaco Assirelli, gli assessori, diversi consiglieri comunali e le autorità cittadine, tutti a rendere omaggio alla salma di Palmiro Mancini. Non solo l’Elsa straripò, ma anche altri fiumi. Gran parte della Toscana fu colpita dall’alluvione: Poggibonsi, Certaldo, Castelfiorentino, Fontanella, Molin Novo, Brusciana, Ponte a Elsa, Pagnana, S.Maria, Marcignana ed Empoli, il Valdarno, Firenze, Signa, Montelupo, Fucecchio, Pontedera e Pisa. Sembrava che ci fosse stato il diluvio.

Ad Empoli il ponte che collegava Spicchio s’inclinò per la corrente impetuosa e rimase danneggiato. L’acqua dell’Elsa, scorrendo fino a Marcignana, alla sua foce trovò molto più alto l’Arno e “rincollò”, provocando grandi rovine a Ponte a Elsa e paesi vicini. L’acqua in qualche punto segnò anche tre metri di altezza e più.
Nel circondario ci furono diverse vittime e danni molto gravi. Le automobili rimasero capovolte sotto l’acqua, le colture nelle aziende agricole furono sbarbate, il bestiame morì annegato nelle stalle, tanti animali da cortile ed interi allevamenti di fagiani non riuscirono a salvarsi. Tutto fu distrutto in poco tempo. Anche le fabbriche, le vetrerie e le confezioni, furono danneggiate. La cantina presso la stazione di Ponte a Elsa ebbe un grave danno: i macchinari, l’infiascatrice, la tappatrice ed altri, rimasero tutti sotto l’acqua. Le damigiane piene di vino si capovolsero, si svuotarono e si riempirono del torbido fiume. Invece i fiaschi e le bottiglie, tappati con il sughero, rimasero ancora pieni, ricoperti di melma. Una decina di botti vuote fu trasportata via dalla corrente, rotolandosi fino alla località Terrafino e Castelluccio; furono ritrovate in seguito da amici e conoscenti e riconsegnate alla cantina. Tutte le aziende passarono parecchi giorni difficili prima di riprendere la loro attività. Mancava l’energia elettrica e il telefono. Tutto era isolato dal resto del mondo. Le abitazioni al piano terra, le botteghe ed i garage ed anche qualcuna al primo piano, erano state invase dall’acqua che aveva spalancato porte e finestre. Dopo la piena, mentre il livello si abbassava, tutto rimaneva sotto la melma. Tanta roba era distrutta e fu gettata via: mobili, vestiario ed alimentari.
Fu molto difficile poi pulire perché mancò l’acqua per alcuni giorni. Parenti ed amici che non furono colpiti dettero aiuto alle famiglie alluvionate. Non mancarono gli elicotteri della protezione civile che sorvolavano le case per vedere e controllare la situazione, cercando di portare aiuto alle persone. Una signora di Ponte a Elsa con le doglie del parto fu soccorsa e portata all’ospedale. Mancavano anche l’acqua potabile, le cose di prima necessità e il pane che veniva cotto a legna nei paesi di Montaione, Gambassi, S. Miniato e Pozzale e portato alla popolazione colpita. Fu un vero disastro.

Speriamo che non avvenga mai più e che le autorità competenti prendano provvedimenti per la sicurezza degli argini e dei fiumi.

                                                Annunziata “Fedora” Mancini

nata a Empoli
il 26 febbraio 1923”

 

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