13 febbraio 1945: La partenza dei volontari raccontata da alcuni dei protagonisti

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Daniele Lovito

Il 2 settembre 1944 Empoli venne finalmente liberata dall’occupazione nazifascista dopo essere rimasta per più di un mese sulla linea del fronte e per più di vent’anni, a partire dai tragici fatti del 1° marzo 1921, sotto la coltre repressiva, coercitiva e liberticida del fascismo.

La guerra totale non aveva risparmiato alla città e ai suoi abitanti nessuna delle sue tragiche conseguenze e questo fu lo scenario agghiacciante che si presentò ai membri del CLN locale e all’amministrazione provvisoria, insediatasi circa un mese prima nella frazione di Monterappoli, camminando tra le macerie d’una città colpita, ferita, semidistrutta.

In un resoconto sulle attività del CLN di Empoli, pubblicato il 2 settembre 1945, il Presidente del Comitato di Liberazione locale, Aureliano Santini, descriveva così la triste visione: «Sebbene l’attendessimo rovinata, mai eravamo giunti ad immaginare la realtà, neppure nei pensieri più pessimistici. Era veramente desolante, in quei primi di settembre 1944 il panorama empolese[…] Case totalmente distrutte o semi-avariate, tetti sconquassati, strade ostruite dalla devastazione tedesca, senza luce, né acqua, né viveri, né ponti, non una porta chiusa, tutto regolarmente razziato, cadaveri nelle piazze, quale testimonianza della “civiltà nazifascista”»[1].

C’era dunque un città da ricostruire, fiducia da ritrovare, famiglie da ricomporre, morti da commemorare.

Ma se Empoli, non senza difficoltà, stava lentamente preparando il suo pacifico ritorno alla civiltà, sulla Linea Gotica e a nord di essa la guerra continuava ad imperversare. Al cospetto delle persistenti opere di rappresaglia e distruzione messe in atto dai fascisti e nazisti in ritirata, nel gennaio 1945 il CLN nazionale chiese alle formazioni partigiane che già si erano spese valorosamente per cacciare l’esercito tedesco dai propri territori di contribuire, con un ultimo sforzo, alla liberazione del Nord del Paese.

Il CLN empolese recepì subito la richiesta e il 16 gennaio decise di promuovere tra i cittadini l’arruolamento nel Corpo dei Volontari per la Libertà (CVL) che avrebbe preparato e poi assegnato le nuove reclute ai Gruppi di combattimento da schierare a fianco degli Alleati nelle regioni settentrionali. In molti risposero all’appello, 530 per l’esattezza, divisi tra ex partigiani, come l’esperto Aldo Giuntoli[2] (classe 1914), uomini di età avanzata, giovani e giovanissimi come Gianfranco Carboncini e Abdon Mori[3], appartenenti alla classe 1929, che, appena sedicenni, arrivarono a falsificare i propri documenti d’identità pur di essere ammessi. Molti, dunque, come quest’ultimi, erano totalmente inesperti e digiuni di esperienze militari, ma fortemente animati dal desiderio di dare, a vario titolo, il proprio contributo e di risparmiare al resto del paese il perpetuarsi della violenza nazifascista.

«Volevamo combattere», racconta Alfonso Bini, ferroviere, classe 1923, «perché in un modo o nell’altro, avevamo subìto l’arroganza e la violenza dei tedeschi e dei fascisti italiani armati e prepotenti contro persone inermi, costrette continuamente a fuggire ed a nascondersi, ognuno con il proprio personale motivo, ma con un sentimento che ci teneva uniti e determinati e che mai ci abbandonò: volevamo rifarci»[4].

Nonostante una certa diffidenza e una certa dose di ostruzionismo messo in pratica dal ricostituito esercito italiano e dai comandi alleati nel far indossare divisa e «stellette» a questi volontari in gran parte «con il fazzoletto rosso»[5] al collo, martedì 13 febbraio 1945, alle prime ore del mattino, i 530 furono finalmente radunati nell’ex Piazza del Littorio, presto ribattezzata Piazza del Popolo[6], e destinati, a bordo di camion militari inglesi, al Centro di istruzione militare di Cesano, in provincia di Roma, nei pressi del lago di Bracciano, per essere sottoposti ad un breve addestramento.

«Quando i camion si mossero da Empoli, la commozione fu al massimo», racconta Siro Giani, giovane meccanico della classe 1925, «diversi ragazzi si mostravano con gli occhi arrossati dalle lacrime, ma fu un attimo, passò subito, qualcuno fra i più refrattari, cominciò ad intonare canzonette in vigore all’epoca e inni patriottici», ma anche canti goliardici  e canti partigiani come «Sinigaglia, Lanciotto, Potente sono tre nomi coperti di gloria, trucidati barbaramente dai fascisti della nostra storia…» o «fabbriche insorgete, le schiere serrate alla lotta marciate, marciate con noi»[7] .

Giunti a destinazione, i volontari si scontrarono nuovamente con lo scetticismo degli ufficiali «badogliani», che «all’ingresso della caserma […] volevano far togliere i fazzoletti [rossi]».

L’impatto con la nuova realtà non fu dunque dei migliori. Anche perché, come racconta Libertario Guerrini, anch’egli tra i 530, si palesò fin da subito una situazione di grave disorganizzazione: «Nel centro si ammassavano dai 4.500 ai 5.000 uomini, ospitati alla meglio in ambienti non funzionali come centro di addestramento militare: alla mancanza quasi totale di acqua, alle ruberie endemiche che avvenivano dovunque si univa l’assoluta mancanza di disciplina. Era un’organizzazione primordiale che vedeva i volontari in borghese e i magazzini vestiario pieni di indumenti militari, c’era un gran numero di ufficiali e nessuna istruzione militare»[8]. Anche la sistemazione nelle camerate lasciava assai a desiderare: giacigli di paglia stesi «su di un nudo pavimento di uno stanzone con ingresso privo di porta, con finestrone privo di serrami, in giornate fredde ed umide che causarono raffreddori, mal di gola, bronchiti»[9].

Nonostante le iniziali difficoltà di ambientamento e adattamento, c’era chi riuscì a non demoralizzarsi e a tenere su lo spirito: i commilitoni della Camerata “Gosto”, tutta composta da empolesi e di cui facevano parte i già citati Siro Giani e Alfonso Bini.

 «Fu una camerata anomala», ricorda ancora il Bini, «formata da un gruppo di 15 persone non conformiste, poco disciplinate», dotate di un forte senso dell’umorismo e spesso dedite al canto di inni goliardici, «sempre pronte a discutere anche rabbiosamente, di diverse ed anche opposte militanze o simpatie politiche, di diverse concezioni religiose». Le differenze e qualche divergenza d’opinione fra gli elementi del gruppo non riuscirono però a scalfire «l’unità di intenti, la coesione e l’affiatamento», perché uno solo era l’obiettivo: «volevamo combattere e quindi addestrarci alla svelta alle armi […] per poi raggiungere al più presto una qualsiasi zona di combattimento dove avremmo potuto essere impiegati».

Mentre l’ansia di mettersi in gioco e di dare il proprio contributo alla causa della Liberazione si faceva sempre più crescente, le autorità militari italiane ed alleate invece erano ancora restie a concedere loro il permesso di partecipare alle operazioni di guerra.

Dopo ripetute, pressanti insistenze e dopo aver dimostrato ai superiori di aver completato l’addestramento in modo adeguato, i primi di aprile del 1945 i volontari furono finalmente associati ai Gruppi di Combattimento del ricostituito esercito italiano ed impiegati in azioni di supporto e sostegno all’offensiva sulla Linea Gotica: la “Cremona”, impegnata sul fronte adriatico, “Legnano”, “Friuli” e “Folgore”, che si assestarono nei pressi di Bologna, Imola e Faenza; la “Mantova” e la “Piceno” che presero posizione nelle retrovie come riserva.

I commilitoni della Camerata “Gosto” furono quasi interamente aggregati al Gruppo di Combattimento “Cremona”, in quel momento impegnata sul versante dell’Adriatico, nei pressi di Ravenna. Ora si cominciava a fare sul serio. Ed è ancora ad Alfonso Bini che affidiamo la ricostruzione di quei momenti: «Partimmo da Cesano di Roma nella prima decade di aprile, giungendo a Ravenna dove conoscemmo Arrigo Boldrini (Bulow) comandante di una formazione partigiana che combatté fino a Mestre al nostro fianco destro, distinguendosi per la continua partecipazione. La sera stessa ci spostammo sul fronte del Senio, fiume che lambiva Alfonsine, teatro di violenti combattimenti ed il 10 aprile 1945 partecipammo alla liberazione di quella città». Grande, dunque, fu la soddisfazione nell’aver preso parte a quella memorabile impresa, oggi ricordata come “la Battaglia del Senio” o la “Battaglia dei tre fiumi”, e, ancor più grande fu il piacere di vedere sincera riconoscenza negli occhi degli abitanti di quella città da mesi e mesi sottoposta alla violenta occupazione nazifascista. Ma fu proprio ad Alfonsine che cadde sul campo il primo volontario empolese aggregato alla “Cremona”: Valfredo Pulidori, classe 1921, colpito mortalmente su una sponda del fiume Senio.

Nei giorni successivi la “Gosto”, così come l’intero Gruppo di combattimento “Cremona”  in appoggio all’VIII Armata Britannica, proseguì la sua marcia vittoriosa verso nord superando le truppe nemiche ad Argenta, Portogruaro, Migliaro, Mezzogoro, Adria, Caverzere, Chioggia, fino ad arrivare a Piove di Sacco, in provincia di Padova, il 25 aprile 1945. L’insurrezione finale era conclusa, era la fine della guerra. Il 29 aprile la “Cremona” terminò infine il suo percorso a diretto contatto con la Storia nella città di Venezia: il tricolore sventolava sul pennone di San Marco e l’Italia poteva finalmente dirsi libera.

E della “Gosto” che cosa ne fu? Terminate le operazioni di guerra, nonostante le autorità militari avessero deciso che i volontari dovessero rimanere in armi per garantire l’ordine pubblico, i membri di quella chiassosa quanto valorosa camerata «decisero che era giusto tornare a casa e riprendere ognuno il proprio lavoro, senza nulla chiedere, ritenendo chiusa la partita, infischiandosene dei commenti malevoli e sentendosi dalla parte di chi cerca giustizia incuranti delle conseguenze da subire»[10]. Così tornarono ad Empoli e ad attenderli c’erano case da ricostruire, posti di lavoro da ripristinare, famiglie da riabbracciare, fidanzate da sposare, vite da ricominciare.


[1]Un anno di attività del CLN di Empoli, opuscolo del CLN di Empoli, settembre 1945.

[2] Meccanico e ferroviere, attivista clandestino comunista, Giuntoli (1914-2002) fu arrestato nel 1939 per appartenenza a organizzazione comunista e condannato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato a otto anni di reclusione scontati nel carcere di Castelfranco Emilia. Liberato il 26 agosto 1943, partecipò alla Resistenza al comando della 23ª Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia” e con il CVL nel Nord Italia. Cfr. P.L. Niccolai, S. Terreni, (a cura di), Era la Resistenza. Il contributo di Empoli alla lotta contro il fascismo e per la liberazione, Firenze, Pagnini Editore, 1995, p. 146.

[3] Abdon Mori, La mia vita da militante, San Miniato (PI), FM edizioni, 2005.

[4]Racconto di Alfonso Bini inserito in S. Giani, Memorie e testimonianze di un comunista empolese 1925-1995, Empoli, Ibiskos, 1997, pp. 114-118: 116.

[5]Cfr. F. Casotti, Dal fazzoletto rosso alle stellette. 1944-1945: l’esperienza dei volontari senesi nei gruppi di combattimento, Siena, Nuova immagine, 2005.

[6] In realtà, dopo la costituzione della RSI, Piazza del Littorio fu convertita per un breve periodo in Piazza della Repubblica Sociale e sostituita nel 1946 con la denominazione attuale. Cfr. V. Arrighi, G. Beatrice G., E. Boldrini, C. Papalini, I nomi di vie e piazze per la storia della città. Un primo stradario storico empolese, in «Quaderni d’Archivio – Rivista dell’Associazione Amici dell’Archivio Storico di Empoli», a. IV (2014), n. 4, pp. 75-76.

[7]S. Giani, Memorie, cit., p. 114.

[8] L. Guerrini, Il movimento operaio nell’Empolese 1861-1946, Roma, Editori riuniti, 1970, pp. 519-520.

[9] Testimonianza di Alfonso Bini in S. Giani, Memorie, cit., p. 115.

[10]Testimonianza di Alfonso Bini in S. Giani, Memorie, cit., p. 118.

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